Collezionismo a Pisa nel Seicento

Franco Paliaga

Una serie di spunti sul panorama collezionistico pisano di medio e alto livello nel corso del Seicento.

La nascita del collezionismo privato

 

Ubbidendo agli ordini ricevuti dal Granduca, il 27 dicembre 1603 il luogotenente dell’Accademia del Disegno, Baccio Valori (1535-1606), da Firenze inviava una lettera al Commissario di Pisa, chiedendogli notizie sulla presenza in città e «fuori di luoghi pubblici» di opere di «celebri pittori» e «in che mano di chi sieno» non certo con l’intenzione di sequestrarle («ne credasi alcuno correre per ciò ritiro di prevarsene»), ma semplicemente «per sapere solamente la verità». Per questa indagine egli dava facoltà al Commissario di «chiamare a sé cittadini del luogo, più vecchi et pratichi, da sapere il medesimo o come ricchi, o come affettionati della pittura» e, una volta ottenuto l’elenco, chiedeva che fosse inviato a lui personalmente. Gli artisti acclusi nella lista allegata comprendevano ventuno nomi: Michelangelo Buonarroti, Raffaello da Urbino, Andrea Del Sarto, il Mecherino [Domenico Beccafumi], Rosso fiorentino, Leonardo da Vinci, Franciabigio, Perin del Vaga, Jacopo Pontormo, Tiziano, Francesco Salviati, Agnolo Bronzino, Daniele Ricciarelli da Volterra, Fra’ Bartolomeo, Sebastiano Del Piombo, Filippino Lippi, Antonio Correggio, Parmigianino, Giovanni Antonio Sogliani, Federico Barocci, Taddeo Zuccari. I nomi proposti erano gli stessi (ad eccezione del Sogliani) che apparivano nel bando granducale emanato il 24 ottobre 1602 da Ferdinando I con cui vietava tassativamente l’esportazione delle opere di questi artisti al di fuori dalle mura di Firenze e dai confini dello stato, previa autorizzazione concessa dai consoli dell’Accademia fiorentina, per «il concetto che si ha delle pitture buone che non vadino fuori a effetto che la città non ne perda l’ ornamento et li gentil’omini et l’universale ne conservino la reputazione».

 

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